Splendori dal Medioevo

L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno

Splendori del Medioevo

bacheca
Museo Archeologico di Venafro – ex monastero di Santa Chiara

Via Garibaldi
86079 Venafro (IS)

Tel. 0865 900742
Fax: 0865 900742
Email: sba-mol@beniculturali.it

Data inizio:
22 gennaio 2012
Data fine:
02 dicembre 2012

Orario di apertura:

Feriale: 9,00-19,00
Festivo: 14,30-19,30
Lunedì chiuso

 

Monasterium vero beati Vincentii martyris, quod iuxta Vulturni fluminis fontem situm est, et nunc magna congregatione refulget, a tribus noilibus frati bus, hoc est [Tato, Tasi et Paldo], iam nunc aedificatum, sicut viri eruditissimi Autperti eiusdem monasterii abbatis in volumine, quod de hac re conposuit, scripta significant.

Il monastero  del beato Vincenzo martire, che si trova presso le sorgenti del Volturno e ora risplende  di una grande congregazione di monaci, fu edificato da tre nobili fratelli , [Tato, Taso e Paldo], come mostra l’eruditissimo Autperto, abate dello stesso monastero, nell’opera da lui scritta su questo argomento.

Paolo Diacono, VI, 40.

 

Apre il 22 gennaio 2012 la mostra Splendori dal Medioevo. L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno; il luogo che la ospita è il Museo Archeologico di Venafro, collocato dal 1985 nello storico edificio dell’ex Monastero delle Clarisse.

La scelta della data per l’inaugurazione non è casuale ma ha un preciso significato: il 22 gennaio, infatti, è il giorno in cui ricorre la festività di San Vincenzo, il diacono di Saragozza martirizzato sotto Diocleziano. Di San Vincenzo porta il nome il complesso monastico cui la mostra è dedicata, quell’’abbazia benedettina, tra le più importanti d’Europa, da cui nei secoli dell’alto medioevo si irradiarono spiritualità e arte in tutta l’Italia centro meridionale.
Attratti dalla pace di queste terre ai piedi della Mainarde, alle sorgenti del Volturno, e forse dalla stessa intensa spiritualità che emanavano questi luoghi dove già sorgeva un antichissimo oratorio dedicato a San Vincenzo, che la tradizione vuole eretto dall’imperatore Costantino, qui si fermarono i tre nobili beneventani Paldo, Tato e Taso alla ricerca di vita ascetica. Da allora, dagli inizi dell’VIII secolo, come ci narra il preziosissimo Chronicon Vulturnense, il codice miniato redatto attorno al 1130 dal monaco Giovanni, grazie all’operosità dei monaci che crescevano di numero di anno in anno, alla protezione dapprima dei duchi longobardi che favorirono la costruzione di questo come di altri monasteri italiani tra cui quelli di Farfa e della stessa Montecassino, poi, soprattutto, dei re carolingi, il cenobio si trasformò in una vera e propria città monastica splendida di architetture, affreschi, opifici e, naturalmente, di preghiere: l’ora et labora si dispiega nelle vaste terre dissodate ma anche nel silenzio dei chiostri, nelle cripte affrescate, nelle chiese e nelle basiliche splendenti di marmi, nei refettori colonnati, nelle officine in cui prendevano corpo splendide vetrate o oggetti in bronzo. 

Un trentennio e oltre di ricerche archeologiche sistematiche nell’area di San Vincenzo al Volturno ha riportato alla luce grande parte delle vicende del monastero nel corso della sua complessa storia, secoli in cui l’abbazia ha conosciuto saccheggi e distruzioni anche radicali, ma anche uno straordinario sviluppo.

La mostra Splendori del Medioevo per la prima volta in Molise presenta gli straordinari reperti che della storia del monastero di San Vincenzo al Volturno sono i testimoni diretti, a cominciare dalle fasi più antiche. Della Fondazione del monastero trattata nella prima sezione, anche attraverso le illustrazioni del Chronicon, spicca l’altare, di VIII secolo, affrescato con brillanti colori pertinente alla chiesa di San Vincenzo Minore, il più antico edificio di dimensioni piuttosto ridotte, rapportate ad una comunità monastica che non doveva superare i cento membri. Questo altare è stato restaurato per l’occasione ed è esposto al pubblico per la prima volta. Ma è nelle successive sezioni della mostra, La rinascita carolingia, che l’abbazia prende corpo in tutto il suo splendore: il monastero, collocato al confine delle terre conquistate da Carlo Magno, venne incluso nelle abbazie poste direttamente sotto la protezione del sovrano, tanto che tra gli abati spiccano quelli di origine franca: tale fu, ad esempio, Autperto, ricordato di recente anche da Sua Santità Papa Benedetto XVI per le sue opere ascetiche. Altri abati erano imparentati direttamente con la famiglia imperiale; tra questi sicuramente l’abate Giosuè (792-817) che, unitamente ai suoi successori Talarico ed Epifanio, grazie alle ingenti risorse economiche a disposizione trasformò l’abbazia in uno dei più grandi monasteri d’Europa: alla metà del IX secolo esso annoverava ben nove chiese tra cui San Vincenzo Maggiore, una basilica di oltre 60 metri di lunghezza e quasi 30 di larghezza, con trenta colonne di granito egizio, splendide vetrate multicolori e una sequenza di affreschi di cui in mostra troveranno posto profeti, abati e santi, oltre a una serie di capitelli a stampella e pavimenti in opus sectile.

 

L’abbondanza di finestre faceva sì che la gran sala fosse allietata di una luce continua e diffusa, anche se si era in un pomeriggio d’inverno. Le vetrate non erano colorate come quelle delle chiese, e i piombi di riunione fissavano riquadri di vetro incolore, perché la luce entrasse nel modo più puro possibile, non modulata dall’arte umana, e servisse al suo scopo, che era di illuminare il lavoro di lettura e della scrittura. Vidi altre volte e in altri luoghi molti scriptoria, ma nessuno in cui così luminosamente rifulgesse, nelle colate di luce fisica che facevano risplendere l’ambiente, lo stesso principio spirituale che la luce incarna, la claritas, fonte di ogni bellezza e sapienza, attributo inscindibile di quella proporzione che la sala manifestava. Perché tre cose concorrono a creare la bellezza: innanzitutto l’integrità o perfezione…

Umberto Eco, Il nome della rosa, da Primo Giorno-dopo Nona

 

L’881 segna una tappa tragica nelle vicende del monastero di San Vincenzo: nella sezione L’epilogo viene presentata l’ultima fase di vita dopo il sacco arabo che in quell’anno devastò la città monastica, costringendo i  monaci a trasferirsi a Capua.  Verso la fine del X secolo si ebbe una fase di rinascita grazie al contributo degli imperatori tedeschi, con la ricostruzione della basilica maggiore e il recupero di altri edifici tra cui il grande chiostro. Ma la storia di questo secolare monastero è ormai in declino: l’arrivo dei Normanni segna l’abbandono definitivo di questi luoghi dopo circa tre secoli di vita, operosità, arte, spiritualità; alla fine dell’XI secolo la comunità monastica si trasferisce sulla riva opposta del fiume Volturno, a pochi metri di distanza, in un monastero costruito interamente nuovo e fortificato, con una nuova chiesa che fu consacrata nel 1108 da papa Pasquale II.
Tra i tanti reperti eccezionali che la mostra presenta, si sottolinea infine, nell’ultima sezione - La presenza araba a Venafro  tra IX e X secolo, il gioco degli scacchi e la sua simbologia - l’esposizione  degli scacchi di IX-X secolo d.C., rinvenuti agli inizi del secolo scorso a Venafro (conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sono presentati in Molise per la prima volta), insieme ad altri scacchi di provenienza meridionale: quelli di Albano Laziale messi a disposizione dal Museo Civico, e quelli dal Castello di Avella resi disponibili dalla Soprintendenza di Salerno.

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